• Nicolo Regazzoni

DOPO UNA VISITA A UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO

La questione, sempre aperta, della colpa. La responsabilità e la "giustizia riparativa"





Qualche giorno fa ho visitato i resti di un campo di concentramento non lontano da casa mia, a Husum, nella Germania del nord. Ho pensato alla necessità di andare oltre la colpa, e di guardare al futuro. Senza voler dimenticare le atrocità dell'Olocausto, ovviamente, ma cercando di immaginare cosa resterà di questo orribile genocidio nei prossimi secoli.

A sollecitare ulteriormente queste riflessioni ho letto alcuni stralci tratti da un incontro tenutosi in questi giorni a Milano tra l'ex magistrato Gherardo Colombo e Sergio Cusani, ex manager del Gruppo Ferruzzi. Trent'anni fa, durante le inchieste di Mani Pulite, Colombo è stato il Pubblico Ministero del pool che chiese l'arresto di Cusani per corruzione.

“Ho commesso la colpa e non ho cercato il perdono, perché io stesso non mi perdonerò mai gli errori commessi. (...) Da colpevole affermo che la colpa, come la sofferenza, non è risarcibile. Una volta commessa è inemendabile, ma può diventare occasione di riscatto sociale”.

Le parole di Sergio Cusani fanno affiorare un duplice significato. Chi commette una colpa, innanzitutto, sa di non poter essere perdonato. Nè dagli altri né da sé stesso. Questo perché nessuno meglio del colpevole conosce i propri sentimenti di allora. Ma questa situazione, apparentemente immobile e granitica, lascia aperta una strada: usare la colpa per convertirsi.

"Non credo si possa giudicare un essere umano dal reato che ha commesso, perché è qualcosa che non può definire la vita di un uomo."

Questo concetto di colpa come apertura, piuttosto che chiusura, viene espresso in maniera efficace da Gherardo Colombo, che preferisce parlare di responsabilità. Quest'ultima parola esprime infatti qualcosa di costruttivo, e stabilisce un legame tra la persona e quello che gli sta attorno.

A mio parere la frase seguente è estremamente forte, perché detta da un uomo che ha trascorso anni a giudicare e a condannare. Una frase che apre al concetto di giustizia riparativa, che crei relazioni piuttosto che barriere tra le persone, e che è auspicabile possa guidarci nell'uso che sapremo fare in futuro di tutte le nostre colpe.

"Io sono arrivato alla conclusione che una condanna non serve a niente. Anzi, produce più effetti negativi che positivi".
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